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Nonostante la diminuzione della violenza negli ultimi mesi, migliaia di donne vivono in condizioni precarie dove l’accesso ai servizi di base è spesso impossibile (Foto di Ceerwan Aziz - Oxfam International)

Ti. Gue.

Domenica 8 Marzo 2009

Nonostante una generale diminuzione della violenza, riscontrata negli ultimi mesi da molte organizzazioni che lavorano sul campo, in Iraq la prospettiva di una vita pacificata per migliaia di donne, schiacciate dalla povertà, in un contesto precario dove l’accesso ai servizi di base è spesso impossibile, è un traguardo ancora molto lontano. Secondo un sondaggio che l’organizzazione Oxfam International ha stilato insieme all’associazione di donne irachene “Al-Amal” e diffuso oggi in occasione dell’8 marzo, un quarto delle 1700 donne intervistate non ha accesso quotidiano all’acqua, il 40 per cento non riesce a mandare i figli a scuola e dall’inizio della guerra oltre la metà è stata vittima di violenza.
Le donne intervistate nel 2008 da Oxfam International, che in Italia lavora da circa un anno con la ong Ucodep, appartengono alle cinque province del Paese, Nineveh, Bahdad, Bassora, Kirkuk e Najaf. Un campione che, pur non potendo restituire un quadro completo della situazione, offre un’immagine nitida di cosa voglia dire essere una donna in Iraq rappresentando le diverse aree geografiche e le componenti etniche e religiose del Paese. A sei anni dall’inizio dell’attacco americano, sono proprio le donne la cartina di tornasole dello stato di salute dell’Iraq: “Vittime dimenticate – sostiene il direttore di Oxfam Jeremy Hobbs - nonostante i miliardi di dollari versati per la ricostruzione e i recenti miglioramenti della sicurezza”.
Ad Oxfam e “Al-Amal”, circa il 60 per cento di loro ha indicato la sicurezza personale come preoccupazione principale: nonostante questo, la maggior parte di loro sostiene che l’accesso ai servizi a metà 2008 sia stato peggiore o uguale rispetto al 2006, quando i livelli di insicurezza erano più alti. Il 25 per cento non ha accesso ad acqua pulita, il 48 per cento di quelle che sulla carta possono utilizzare acqua sicura, sostengono che di fatto non sia potabile. Per il 69 per cento l’accesso all’acqua è peggiorato o è uguale a quello dei due anni precedenti. Va peggio per quanto riguarda l’elettricità: in questo caso è l’82 per cento a vedere un peggioramento evidente della disponibilità rispetto al 2006, e per l’84 è uguale a quella del 2003. Più del 65 per cento delle donne può fare affidamento su sei ore di elettricità al giorno, il 30 per cento appena su tre ore.
In parte questa situazione deriva dal fatto che molte di loro, circa il 50 per cento, a partire dall’invasione statunitense del 2003, sono state costrette ad abbandonare le loro case, hanno perso molti dei loro beni e da anni vivono in condizioni sanitarie disastrose. Proprio la salute è uno dei punti deboli dell’Iraq del 2008. Il 25 per cento delle donne non ricevono cure mediche: nella metà dei casi perché i presidi sanitari sono lontani dalle loro abitazioni e spesso irraggiungibili considerando che le condizioni delle strade restano precarie. Quasi la metà delle donne ritiene l’accesso al servizio sanitario peggiore rispetto a quello del 2006 e 2007. “Sono moltissime le persone che continuano a morire in Iraq perché gli ospedali sono lontani e mancano farmaci e attrezzature” hanno raccontato molte donne.
L’aumento del livello di sicurezza, insomma, non sembra viaggiare per ora di pari passo con la ricostruzione del Paese. Il risultato è che oggi un’intera e nuova generazione di iracheni è a rischio perché migliaia di madri sono costrette a scegliere se pagare la scuola, le cure mediche, l’acqua o l’elettricità. Questo nel caso in cui abbiano la possibilità di contare su un qualsiasi tipo di guadagno, anche se minimo e non garantito perché molto spesso i lavori che fanno (venditrici di strada e impiegate nelle pulizie) sono saltuari. In ogni caso anche per loro la situazione invece che migliorare rischia di precipitare: quasi la metà delle intervistate ha visto ridurre progressivamente, nel 2008, il proprio stipendio rispetto ai due anni precedenti. Non sono stati segnalati, al contrario, margini di miglioramento rilevanti nel corso del 2008: al massimo (nel 30 per cento dei casi) sono riuscite a conservare lo stesso stipendio dei tre anni precedenti. Per chi non riesce a lavorare non restano molte speranza considerando che il 33 per cento delle intervistate da prima della guerra non riceve alcuna assistenza umanitaria.
C’è poi quella che è una vera e propria emergenza nell’emergenza: quella delle 740 mila donne che, secondo delle stime approssimative, sono rimaste vedove. Secondo Oxfam, oltre il 75 per cento delle vedove non ricevono dal governo di Baghdad la pensione che gli spetterebbe di diritto.
La realizzazione di questo sondaggio per Oxfam è l’occasione per lanciare un appello al governo di Baghdad, che proprio nei giorni scorsi ha approvato il bilancio per il 2009 con un taglio aggiuntivo di 4 miliardi rispetto alle stime iniziali dovuto al crollo dei prezzi del petrolio sui mercati internazionali e che si aggira intorno ai 58 miliardi di dollari, perché avvii al più presto un piano di rilancio mirato che contenga interventi specifici per migliorare le condizioni di vita della popolazione. Non solo: alla comunità internazionale chiede con fermezza di impegnarsi nella ricostruzione delle infrastrutture del Paese, “perché a rischio – sostiene Hobbs – è l’intero futuro dell’Iraq”.


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