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COLLOQUI COSTRUTTIVI TRA DAMASCO E WASHINGTON 8/3/09

Dopo quattro anni di ghiaccio Usa e Siria tornano a parlarsi

Said Abumalwi

Domenica 8 Marzo 2009

“Colloqui molto costruttivi”. Si esaurisce in questa breve locuzione, emersa in una conferenza stampa telefonica da Damasco di due inviati statunitensi in Siria, un altro nuovo capitolo della politica americana in Medio oriente. Ma per chi è avvezzo al linguaggio diplomatico, è molto di più si un semplice apprezzamento. Forse è la constatazione che c'è, almeno apparentemente, una svolta.
Le relazione tra Washington e la Siria non sono mai state buone. E dal 2005 anche gli incontri di alto profilo, che fanno parte della routine diplomatica, vennero congelati dopo le accuse lanciate senza mezzi termini da Washington alla Siria in seguito all'assassinio del leader libanese Rafik Hariri. Troppa distanza tra George Bush e Bashar Al Assad (nella foto). Troppe divergenze e soprattutto nessuna intenzione di dialogo. Ma oggi il quadro è diverso. Mentre due inviati speciali statunitensi volavano a Damasco - Jeffrey Feltman come rappresentante del Dipartimento di Stato e Daniel Shapiro del National Security Council della casa Bianca – Hillary Clinton parlava dell'importanza del dialogo siro-israeliano ad Ankara. Una mossa concertata.
Feltman e Shapiro son due diplomatici di rango. Il primo è stato ambasciatore in Libano e conosce bene la regione, l'altro è un democratico che ha avuto ruoli importanti nel Senato americano e che gode della fiducia del presidente. Anche i loro anfitrioni di Damasco non erano da meno: il capo della diplomazia siriana Walid Mouallem, il vice ministro degli Esteri Faycal Miqdad, e Bouthaina Shaabane, consigliere politico del presidente.
Presto forse per dire se tutti gli ostacoli sono rimossi, ma il dado è tratto da quando, nel 2005, si registrarono gli ultimi contatti di alto livello alla presenza di Richard Armitage, allora numero due del Dipartimento di Stato. Era il gennaio di quattro anni fa.
Le due parti “hanno discusso dei mezzi per rafforzare le relazioni bilaterali e dei rispettivi punti di vista sulla situazione regionale nella prospettiva di una pace globale e duratura in Medio Oriente”, riporta l'agenzia di stampa ufficiale siriana Sana. “I punti di vista – prosegue il dispaccio - erano concordi quanto all'importanza di proseguire il dialogo bilaterale per realizzare la pace e la sicurezza nella regione”. C'è dunque soddisfazione e, a quanto pare, reciproca. E' un altro tassello che si aggiunge alla politica di apertura di Washington verso gli “stati canaglia” nella regione mediorientale, sinora tenuti a debita distanza: prima l'Iran, ora la Siria. Una questione antica e di cui si cominciò a parlare anche sotto l'Amministrazione Bush, con l'idea di trovare il modo di riattivare le relazioni per traghettare gli Stati Unti fuori dal pantano iracheno. Ma si è sempre fatta poca strada: e bastava un granello perché si trasformasse in un macigno. Un processo di confidence-building (costruire le reciproca fiducia, come dicono i diplomatici) talmente in salita da diventare impraticabile. Adesso il cammino non è ancora in piano, ma la salita smette di essere impossibile.
La mossa concertata che ha visto la Clinton in Turchia e gli emissari a Damasco, segna un altro punto a favore di un'offensiva diplomatica che potrebbe dare qualche frutto in Medio oriente. E forse anche in Afghanistan, per stabilizzare il quale Washington pensa al ruolo di Teheran. Ma Teheran e Damasco sono paesi fondamentali soprattutto nel vicino oriente, attori protagonisti nel conflitto israelo-palestinese, nelle cicliche crisi libanesi e nell'ancora difficile situazione irachena. Il riconoscimento del loro ruolo politico nella regione è la chiave per ricominciare a parlarsi (con Damasco più facilmente che non con Teheran) e dunque per tentare di trovare vie d'uscita. Convenienti per tutti.

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