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La capitale del Sud Sudan continua a cambiare faccia. Le strade vengono asfaltate, gli hotel spuntano come funghi, gli insediamenti informali sono rasi al suolo per fare spazio a nuovi progetti edilizi. Ma a pesare sul futuro della città e della regione ci sono variabili politiche non indifferenti. Che dopo l'incriminazione di Beshir potrebbero prendere pieghe tutt'altro che positive

Irene Panozzo

Sabato 7 Marzo 2009


JUBA - Il caterpillar passa e ripassa sugli stessi pochi metri di sabbia e cemento, dove solo qualche settimana fa le buche la facevano da padrone. Di cento metri in centro metri la strada prende forma, mentre gli operai della ditta keniota lavorano a ritmi sostenuti, sette giorni su sette, sotto un sole impietoso. Solo nelle ore più calde, quando il mercurio nel termometro si avvia risoluto verso i 50° gradi, l’attività rallenta un po’. Ma nulla può fermare davvero le ruspe, perché entro la fine di marzo il lavoro va concluso, pena il mancato rinnovo dell’appalto per spianare e asfaltare ancora altre strade.
Benvenuti a Juba, capitale del Sud Sudan. Una città in continuo cambiamento da quando, nell’estate del 2005, a poco più di sei mesi dalla firma del trattato di pace che ha messo fine a quasi ventidue anni di guerra civile con il Nord, gli ormai ex ribelli del Movimento per la liberazione popolare del Sudan (Splm) hanno avuto l’incarico di formare il nuovo governo autonomo del Sudan meridionale. Rimasta per tutto il conflitto una roccaforte del governo di Khartoum accerchiata e presa di mira dai colpi di artiglieria dello Spla, il braccio armato dello Splm, negli ultimi quattro anni Juba è rinata. Diventando improvvisamente una delle città più care al mondo, dove all’inizio mancava quasi tutto. Ma la Juba degli hotel fatti di container o di tende da campo a cento dollari a notte, tre in tutta la città, dove trovare posto era sempre un’impresa, sta pian piano scomparendo. Dal Beijing Juba Hotel e dal New York al Da Vinci Lodge, nomi fantasiosi o un po’ esotici indicano strutture permanenti, prefabbricate o in veri e propri mattoni, dotate di ristoranti e wi-fi, palme finte rosse e verdi che illuminano la notte o veri alberi di mango, splendidi e ricchi di frutti.
Se gli investitori stranieri (cinesi e indiani come kenioti, ugandesi o sudafricani) sono arrivati in massa attirati da un mercato pressoché vergine e dal miraggio di guadagni facili e rapidi, a quattro anni dall’inizio del boom i primi problemi iniziano però a vedersi. Le casse del governo meridionale, dicono nei ministeri, sono drammaticamente vuote, falcidiate dal crollo vertiginoso del prezzo del petrolio. Perché sono l’oro nero e i proventi divisi fifty-fifty con il governo di Khartoum che costituiscono il 90% delle entrate sudsudanesi.
Niente entrate, drastico taglio nelle uscite: da mesi insegnanti e medici, infermieri e altri dipendenti del governo non ricevono gli stipendi. A Juba come nelle altre città e villaggi della regione, che rimane costosissima. Sopravvivere diventa quindi difficile per molti, mentre cresce l’insofferenza di una popolazione che stenta ancora a vedere i frutti di quattro anni di pace. Uno stato d’animo pericoloso in una società che per decenni ha conosciuto solo le armi, ma che per ora continua a sposarsi con la speranza che i venti e più anni di guerra, i due milioni di morti e i circa quattro milioni di sfollati e rifugiati non siano stati inutili. La meta a cui tutti guardano è il referendum per l’autodeterminazione del Sudan meridionale previsto per il gennaio del 2011. Che per le strade di Juba come nel resto del Sud Sudan ci si aspetta possa sancire la definitiva indipendenza della regione dal resto del paese.
Nei quasi due anni che separano dal referendum però molte cose potrebbero succedere. Soprattutto ora che il presidente della repubblica Omar al-Beshir è stato formalmente incriminato dal Tribunale penale internazionale. La notizia a Juba non ha suscitato particolari emozioni, né in un senso né nell’altro. Ma i fragili equilibri politici raggiunti e mantenuti negli ultimi quattro anni potrebbero uscirne a pezzi. Finora il trattato di pace Nord-Sud, conosciuto con il nome di Comprehensive peace agreement (Cpa), ha retto, ma non senza pericolosi scossoni che hanno fatto temere il peggio in più di un’occasione. Molti nervi rimangono ancora scoperti e diverse importanti scadenze non sono state rispettate. Ad esempio rimangono da demarcare con chiarezza i 2200 km di confine tra le due parti del paese. Un’impresa né facile né indolore, che potrebbe – se effettivamente tra due anni il Sud dovesse scegliere l’indipendenza – rivelarsi un ostacolo potenzialmente insormontabile in modo pacifico. Perché la fascia più settentrionale del Sud Sudan, da ovest a est, è quella più ricca di petrolio e di terre fertili, oltre che di molta acqua. Abitata da popolazioni meridionali, ma da sempre usata durante la stagione secca anche da diversi gruppi nomadi di origine per lo più araba che vivono un po’ più a nord.
Che questo stato di cose possa generare degli scontri anche violenti è dimostrato dall’intricata questione di Abyei, area ricchissima di petrolio al confine tra Nord e Sud, trattata nel Cpa con un protocollo ad hoc ancora disatteso. Nel maggio scorso Abyei è stata rasa al suolo e i suoi 50mila abitanti sono fuggiti in seguito a cruenti scontri tra la quota dello Spla e quella delle Forze armate sudanesi (Saf) che formavano le Unità congiunte integrate (Jiu) di stanza in città. Combattimenti simili sono scoppiati solo dieci giorni fa a Malakal, lasciando sul terreno almeno cinquanta persone. La battaglia è infuriata per poche ore, scatenata dall’arrivo in città di un generale delle Saf, durante la guerra leader di una milizia meridionale alleata di Khartoum. Perché oltre che tra Nord e Sud, le divisioni e l’animosità regnano in molti casi anche tra le diverse popolazioni meridionali. Per conflitti sulla terra o a causa di raid per rubarsi a vicenda il bestiame, gli scontri e i morti non mancano, soprattutto nelle aree in cui più cruento è stato il conflitto intra-meridionale dal 1991 in poi.
La scorsa estate, la questione dei confini di Abyei è stata rimessa nelle mani della Corte permanente per l’arbitrato dell’Aja, che dovrebbe decidere entro il prossimo luglio. Stessa scadenza di un’altra tappa importante: le elezioni presidenziali, legislative e amministrative da svolgere in tutto il paese. Ma a pochi mesi dal termine una data non è ancora stata decisa e i due partner nel governo di unità nazionale stanno ancora negoziando sull’adozione di una serie di leggi propedeutiche al voto. Un ritardo che potrebbe deporre a favore del rinvio della consultazione, tanto più che i risultati del censimento generale svolto lo scorso maggio non sono stati ancora resi noti. E non si tratta di un elemento di poco conto: sulla base dei numeri della rilevazione saranno disegnate le circoscrizioni elettorali, ma si deciderà anche se mantenere invariate le percentuali decise dal Cpa per la spartizione dei proventi petroliferi e la partecipazione al potere politico dei due ex nemici.
Al di là delle dichiarazioni di impegno per il mantenimento di una pace faticosamente raggiunta, quindi, le tensioni non mancano. Anche perché appare abbastanza certo che il Sud Sudan si stia riarmando. I sospetti si sono fatti più concreti dopo che lo scorso settembre i pirati somali hanno sequestrato un cargo ucraino carico di armi pesanti, tra cui 33 carri armati. Ufficialmente destinati alla Difesa del Kenya, ma – stando alla sigla GOSS (Government of South Sudan) stampata sui documenti di viaggio – probabilmente diretti verso Juba. Una notizia smentita dai vertici del governo meridionale e dello Spla. Ma data per certa, con un’alzata di spalle, da più di una persona nella capitale. “Khartoum si riarma, perché non dovremmo farlo anche noi?”, si chiede John (nome di fantasia), impiegato in una delle molte ong presenti a Juba. “Ho quarantasette anni e tre quarti della mia vita li ho passati in uno stato di guerra. La pace va benissimo, ma se sarà necessario tornare alle armi lo faremo. Anche perché questa volta”, conclude sorridendo, “la guerra sarà una guerra buona: non più una ribellione, ma una guerra convenzionale”.

L'articolo è oggi anche su il manifesto



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