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Il mandato d'arresto per il presidente sudanese Omar al-Beshir è stato deciso. Una misura che secondo i sostenitori dell'azione del Tpi dovrebbe favorire la pace nel paese più grande dell'Africa. Ma è davvero così?

Irene Panozzo

Giovedi' 5 Marzo 2009

Dopo mesi di attesa, la conferenza stampa di ieri all’Aja ha reso nota la decisione dei giudici del Tribunale penale internazionale (Tpi) sul procedimento nei confronti del presidente sudanese Omar al-Beshir. Ma ha aperto un’altra, importante, questione: quali saranno le sue conseguenze?
Sono stati in molti, in questi mesi, a parteggiare per un’incriminazione di Beshir, nella speranza non solo di vederlo rispondere di fronte alla giustizia internazionale per le sue responsabilità nel conflitto del Darfur, ma anche di una soluzione più rapida alle guerra in corso dal 2003. Ma ad oggi le prospettive sono di tutt’altro tenore. Nelle more della decisione dei giudici dell’Aja, nell’ultimo mese e mezzo le cronache hanno registrato sia una ripresa dell’offensiva militare sia un riavvio, a tratti potenzialmente promettente, di negoziati di pace. Protagonista accanto al governo di Khartoum, in entrambi i casi, è stato il Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem) di Khalil Ibrahim, uno dei primi gruppi ribelli del Darfur, legato a doppio filo al governo ciadiano e piuttosto forte sul terreno. Il Jem, che lo scorso maggio era riuscito ad arrivare alle porte della capitale in un attacco senza precedenti, ha prima preso Muhajiriya, cittadina del Sud Darfur, scatenando la reazione violenta dell’esercito. Poi ha accettato, per la prima volta dopo i fallimentari dialoghi di Abuja, in Nigeria, conclusi nel maggio 2006, di sedersi al tavolo negoziale con Khartoum, firmando solo due settimane fa una prima intesa preliminare sulla cui base intavolare nuovi colloqui.
Un accordo che aveva fatto ben sperare, ma che ora rischia di finire nel cestino della carta straccia insieme ai molti che l’hanno preceduto. Perché il mandato d’arresto ai danni di Beshir per i crimini commessi in Darfur potrebbe indebolire la posizione negoziale del governo di Khartoum, finendo per essere letto dai molti gruppi ribelli attivi nella regione, perlopiù divisi e in contrasto tra loro, come una legittimazione della loro lotta. Allontanando così qualsiasi incentivo a sedersi a un tavolo e negoziare.
È probabile che molto, nelle prossime settimane, dipenderà dalla linea che il partito del presidente, il Congresso nazionale, deciderà di adottare. Ovvero se, nell’inevitabile riassestamento interno, avranno la meglio i più duri e puri, che ancora credono in una possibile soluzione militare al conflitto nell’ovest del paese, oppure i più moderati, potenzialmente disposti a un cambiamento, per quanto graduale, di strategia. Non si tratta di una partita di scarso valore. Perché potrebbe influire in modo determinante anche sull’altro grande nodo sudanese, il rapporto e la sempre più fragile pace tra Nord e Sud Sudan.
Il trattato di pace che nel gennaio 2005 ha posto fine a quasi ventidue anni di guerra è in realtà la vera chiave di volta del Sudan. Ma da allora troppo spesso la comunità internazionale, a iniziare da quegli stati (Usa e Gran Bretagna in testa) che hanno lavorato per la conclusione dell’accordo e se ne sono fatti garanti, ha lasciato che l’accidentato cammino della sua implementazione passasse in secondo piano. Con il risultato di indebolire molto un processo che, nella lettera del trattato, prevedeva una serie di passi potenzialmente rivoluzionari per l’intero paese. Ad esempio le elezioni presidenziali, legislative e amministrative da organizzare entro il prossimo luglio, precedute da una serie di leggi – sulla ristrutturazione degli apparati di sicurezza, sulla libertà di stampa e di opinione, sulle commissioni per la terra e i diritti umani – necessarie a smantellare l’impianto autoritario del precedente regime e creare un clima favorevole a consultazioni libere e regolari.
A quattro mesi dalla presunta scadenza elettorale (una data non è ancora stata decisa), queste leggi ancora mancano. E un irrigidimento da parte del Congresso nazionale potrebbe complicare le cose. Non solo. Il presidente Beshir è, a tutti gli effetti, il capo del governo di unità nazionale nato dal trattato di pace e che comprende gli ex ribelli meridionali del Movimento per la liberazione popolare del Sudan (Splm). Delegittimare lui potrebbe significare delegittimare l’intero processo. Non a caso il leader dello Splm e primo vicepresidente della repubblica, Salva Kiir, in questi mesi ha sempre preso le parti di Beshir, pur augurandosi una collaborazione con il Tpi. E martedì in un comunicato ha chiesto di vedere “l’episodio non come una crisi ma come un’opportunità di consolidare la pace, la giustizia e la stabilità del nostro paese”. Parole che tradiscono giustificati timori. Perché tra i mille ostacoli che la pace tra Nord e Sud deve ancora superare, le occasioni per inciampare potrebbero essere molte. Con il rischio, confermato solo una settimana fa dai più di cinquanta morti negli scontri scoppiati a Malakal tra lo Spla, l’esercito del Sud, e le forze armate sudanesi, di un cruento ritorno alle armi.

L'articolo è oggi anche su il manifesto



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