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EST IN CRISI, LA UE SI SPACCA? 2/3/09

Oggi con la crisi globale, i paesi ex comunisti della “nuova Europa” vedono un crollo che rischia di travolgere, coi sistemi politici interni, anche la “vecchia Europa”. Per evitarla, ieri i nuovi membri si sono riuniti, prima del vertice dei 27 a Bruxelles, per chiedere solidarietà invece di protezionismo, e accelerare l’ingresso nell’euro. Ma I colleghi gli hanno più o meno risposto picche, rifiutando stanziamenti massicci e indifferenziati e facendo emergere posizioni diverse all’interno della stessa “giovane Europa” sulla questione. Da emergenti al default, declassati dalle agenzie di rating come Standard&Poors che ne denunciano il rischio isolamento - ecco il quadro (foto:Reuters, il premier ceco e quello ungherese, divisi sulle misure anticrisi)

Lucia Sgueglia

Lunedi' 2 Marzo 2009
ROMA – Un anno fa erano le economie rampanti della Ue, seppur non prive di squilibri. Oggi con la crisi globale, i paesi ex comunisti della “nuova Europa” vedono un crollo che rischia di travolgere, coi sistemi politici interni, anche la “vecchia Europa”. È il caso di Vienna, Stoccolma ma anche Roma, le cui banche tanto hanno scommesso sulla crescita dell’Europa centro-orientale dopo gli allargamenti del 2004 e del 2007. L’Economist parla di “rischio catastrofe”. Per evitarla, ieri i nuovi membri si sono riuniti, prima del vertice dei 27 a Bruxelles, per chiedere solidarietà invece di protezionismo, e accelerare l’ingresso nell’euro. Ma I colleghi gli hanno più o meno risposto picche, rifiutando stanziamenti massicci e indifferenziati e facendo emergere posizioni diverse all’interno della stessa “giovane Europa” sulla questione. Intanto, Bers, Bei e Banca Mondiale promettono aiuti per 24,5 milioni di euro, dopo il “salvataggio in corner” dall’Imf per Ungheria, Lettonia e Ucraina. Da emergenti al default, declassati dalle agenzie di rating come Standard&Poors che ne denunciano il rischio isolamento - ecco il quadro.

L’Ungheria è tra le più colpite. Rischia una contrazione oltre il 6%. Il suo debito è superiore a ogni altro membro Ue e la moneta nazionale, il forint, ha perso 30% su dollaro ed euro. Problema principale, i prestiti in valuta estera (60%, con mutui e ipoteche) contratti in franchi svizzeri ed euro dagli ungheresi per via dei tassi d’interesse piu vantaggiosi: oggi a rischio insolvenza. Ma a Budapest la crisi è in corso dal 2006, con lo scandalo intercettazioni il premier Gyurcsany ammetteva di aver mentito sullo stato dell’economia (disastroso) per vincere le elezioni. E le proteste di piazza non si sono mai interrotte.

Tra le “tigri” baltiche, soffre di più la Lettonia. Il governo si è dimesso il 20 febbraio dopo che 10mila manifestanti (mai così tanti dalla caduta dell’Urss) ne bocciavano la gestione anticrisi e i drastici tagli al welfare. Il boom di edilizia e consumi cresceva a due cifre, oggi è in picchiata. I prestiti in valuta straniera nel 2008 han sfiorato il 90% – specie su banche svedesi. A dicembre l’”umiliante” prestito su cauzione dall’Imf : 7,5 miliardi di euro. Già contagiata la Lituania: a fine gennaio contro il piano di austerity del governo (tagli salari, aumento tasse), le proteste dei sindacati son degenerate, lacrimogeni e arresti. Aumenta la paura di disordini sociali. L’Estonia, piccolo miracolo nell’high tech, tiene; ma il suo settore bancario è completamente controllato dall’estero (ancora Stoccolma). E c’è la paura di tornare sotto l’influenza del vicino russo.

Regge bene la Repubblica Ceca, presidente di turno Ue e seconda economia dell’area (previsto un calo del 2%), ma rallenta l’export. Insieme a Tallinn, Praga ha contribuito al prestito a Riga con 190 mln di euro. E ha polemizzato con Nicolas Sarkozy che ha suggerito ai produttori d'aiuto francesi di smettere di produrre in Cechia. La “sorella” Slovacchia, da un anno nell’euro, se la cava dopo aver attratto miliardi dai produttori d’auto stranieri, con la sua forza lavoro qualificata e tasse ridotte.

La Polonia, maggiore economia regionale, finora immune dalla crisi, sostenuta da una forte domanda interna (crescita +6,7% nel 2007), comincia ad accusare il colpo. Specie nel mercato azionario. Lo zloty perde 28% sull’euro, che Varsavia vorrebbe raggiungere nel 2012. A dicembre disoccupazione al 9,5%, a rischio il manifatturiero. E allarme “infezione” dalle confinanti Ungheria e Ucraina.

La Slovenia nell’euro da due anni, non segna meno. Ma qualche giorno fa ha avvertito: la crisi potrebbe abbattersi anche sulla prospera Lubiana, se la sua prossima emissione di obbligazioni (1 miliardo di euro) dovesse fallire.

In Bulgaria, cenerentola della nuova Europa, crolla l’export. A fine 2008 la crescita del Pil s’è dimezzata. Cittadini in rivolta contro il governo socialista, contenuti dalla polizia. A febbraio Sofia registra un forte declino negli investimenti stranieri.

Nel 2008 il suo pil era balzato del 9%, inondata di capitale straniero. Ora la Romania sconta il ritardo nell’affrontare la crisi, dovuto alla campagna elettorale di novembre. Il leu affonda, come il mercato azionario (meno 70%). Bucarest teme il deficit commerciale: rischiano di venir meno le rimesse dei rumeni all’estero, che fanno una grossa fetta del pil. Tre delle 4 maggiori banche rumene hanno sede in Austria.

Oggi sul Messaggero Economia



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