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RUSSIA, IN MORTE DI UN AVVOCATO 1/2/08

Manifestazioni a Parigi, Roma e Mosca oggi, in ricordo dell'avvocato Markelov e della giovane reporter Baburina uccisi due settimane fa nella capitale russa. Impunemente. In un paese dove il presidente è un avvocato. E dove ora, mentre iniziano le prime manifestazioni contro il governo Putin e le sue politiche anticrisi, si chiede anche più giustizia e libertà.

Lucia Sgueglia

Domenica 1 Febbraio 2009
MOSCA - “Non è ammissibile che un avvocato venga ucciso impunemente, in un paese dove il presidente è un avvocato” – non le grida quelle parole l’anziano Nikolaj Klion, a capo di un’associazione di giuristi russa, ma le pronuncia quasi sorprendendo se stesso, sotto la pioggerellina battente che nel cimitero di Ostankino scioglie la neve mescolando tutto in una triste fanghiglia. Non più di 150 persone, la maggior parte giornalisti, specie tv, e i poliziotti messi a presiedere il cancello con i cani. Sui quadernini per appunti dei colleghi si squagliano i segni della penna sotto un cielo grigio come mai. Ma si cerca di fissarle, quelle parole che sono un dito puntato contro lo zar russo Medvedev, che nella sua “campagna elettorale” per divenire zar ebbe a dire, promettendo di sanare la piaga: “La Russia è la terra del nihilismo giuridico”. Ma oggi tace sull’accaduto insieme a Putin. Venerdi 23 gennaio a Mosca, funerali di Stanislav Markelov, l’avvocato 34enne cui lunedi 19 qualcuno, in pieno centro della capitale russa a pochi passi dal metro Kropotkinskaja, ha infilato dalle spalle una pallottola in testa, all’uscita da una conferenza stampa dove Stas, in breve, aveva detto: “non mi arrendo”. Non si arrendeva e prometteva ricorso sulla scarcerazione anticipata di Juri Budanov, il colonnello dell’esercito russo che nel 2000 stuprò e poi uccise – lo ha ammesso - la giovane cecena Elza Kungaeva, 18 anni. C’era ancora la guerra, tra Mosca e Grozny. Budanov che era diventato un eroe per molti russi, specie per i gruppi nazionalisti e patriottici – come osa quel giovane avvocato prendere le parti di “loro”, i ceceni, contro di “noi”, dopo una guerra civile così feroce? Si ascoltava nelle campagne condotte a favore dell’ufficiale in alcuni settori della società russa. Ome se si parlasse di due paesi diversi. Con Markelov quel lunedi c’era Anastasia Baburova, giovane giornalista ancora iscritta all’università, solo 25 anni ma il coraggio nelle vene, se come pare, è morta anche lei, cercando di fermare l’assassino che fuggiva, mentre tutti i presenti fuggivano terrorizzati, fingevano di non vedere. Aveva appena iniziato uno stage a Novaya Gazeta, Stasia - il giornale di Anna Politkovskaja.

“Ho visto che sul facebook italiano è stata inaugurata ad hoc una community Un minuto in ricordo di Anastasia Baburova – questo fatto mi ha sorpreso, poiché con tutto il rispetto e il dolore per la morte di Stasia, credo non aiuti la comprensione di ciò che sta succedendo in Russia”. A parlare è Aleksander Bikbov, sociologo e attivista moscovita, nel 2007 prese parte alle proteste degli studenti di Sociologia contro l’amministrazione della facoltà; al telefono dalla Francia dove sta cercando di organizzare iniziative in ricordo di Markelov, di cui era amico. “Nella stampa italiana – prosegue - questo omicidio è stato visto come l’ennesimo attacco alla libertà di espressione in Russia, si è parlato di Baburova come “erede di Politkovskaja” – vale a dire come dramma della stampa liberale. Markelov, che era il vero obiettivo dell’omicidio, vi è apparso quasi come personaggio occasionale.

Perché questa visione distorta? Chi era l’avvocato Markelov?
È una tendenza negativa, perché non solo sminuisce il ruolo unico di M. nell’istitutuzionalizzazione della giustizia nel contesto di una giurisprudenza russa completamente corrotta, ma anche perché propone un quadro semplificato, nel quale si costringe oggi spesso, in Occidente, la vita della società russa: stampa “buona” contro potere “cattivo”. Non è così: la realtà è molto più ricca e drammatica. Stanislav aveva fatto del suo lavoro qualcosa di molto importante e unico, proponendo l’ampliamento dello spettro delle libertà all’interno del sistema del diritto e dei suoi strumenti. Nella Russia contemporanea quasi nessuno si occupa di questo, specie nel modo in cui lo faceva lui.
Era un vero avvocato-militante, di sinistra, e insieme un “intellettuale pubblico”, l’unico in Russia a incarnare insieme queste due figure e ruoli: ecco l’unicità della sua posizione, l’attivismo portato all’interno della professione di giurista. A soli 34 anni.
Il suo assassinio ha mostrato, con mio dolore, quanto incredibile oggi è tale posizione.

È così raro nella Russia d’oggi?
I nostri avvocati di solito sfruttano i media al fine di rafforzare la posizione dei propri difesi, oppure per condannare il potere, ma in modo astratto e generico. Markelov portava avanti un’analisi intellettuale e politica della società russa contemporanea, entro i confini della sua professione. Partecipava allo stesso tempo a iniziative civiche: il Forum Sociale di San Pietroburgo (in occasione del G8 2006), il Forum libertario a Mosca o Anticapitalismo-2008. Io lo avevo invitavo spesso a parlare in conferenze internazionali: per informare sulle condizioni delle prigioni russe, ad esempio, in Francia; i suoi interventi erano sempre straordinariamente acuti e brillanti; entrava nel vivo della polemica, pubblicava articoli. Ma non amava andare in tv, se non raramente.

La difesa dei giovani antifascisti e anarchici aggrediti dai nazionalisti o perseguitati e banditi dal Cremlino, degli immigrati contro gli attacchi razzisti, dei ceceni torturati e abusati dalle autorità sia russe che cecene, inclusi gli alti gradi militari, e dei soldati semplici contro le angherie dei superiori, l’aiuto legale dato alle famiglie dei giornalisti uccisi… i casi di cui si occupava Markelov sembrano racchiudere tutti i problemi chiave legati ai diritti umani nella Russia di oggi – da questo punto di vista, il suo omicidio può essere visto come un cortocircuito tra coscienza collettiva e resistenza civica?
Markelov, come Baburova (anarchica militante), era anche un antifascista. Difendeva i gruppi come Antifa, considerati “estremisti” nella Russia contemporanea. Dove oggi quel concetto, così come quello di “antifascismo”, restano fortemente ambigui, per il potere e i cittadini che lo ‘leggono’. Esiste una legge dello Stato che estende l’”estremismo” fino al ribellismo giovanile, alla controcultura, alla dissidenza, alle proteste pure e semplici.
Mentre gruppi come Molodaja Gvardja oppure i Nashi, movimenti giovanili “patriottici” creati all’interno dal partito al potere, Russia Unita, o direttamente dal Cremlino, e ad esso fedeli, che si professano “antifascisti”, e sfruttano il termine nelal loro retorica pubblica a favore del potere, si rivelano estremamente intolleranti contro ogni forma di ‘diversità’. Dall’altra parte gli Antifa, che si battono contro nazionalismo e razzismo montanti nella società russa attuale, o i giovani anarchici, sono considerati nel migliore dei casi dalle autorità “subculture giovanili”, o peggio bollati come “estremisti”, e per questo marginalizzati nella società. Invece sono gli unici, giovani e anche meno giovani, che da anni in strada, seppure in pochi, manifestano contro tendenze che ritengono sbagliate.

E di fatto sono gli unici, tra le nuove generazioni russe, ad essersi formati una coscienza politica autonoma, non guidata dall’alto… che peso ha davvero la “società civile” in Russia, come è guardata dalla parte meno “attiva” dei cittadini? Si tratta di una minoranza senza speranza di incidere nei processi sociali e politici?
Penso che ci troviamo in un momento molto importante per la società russa: con la crisi economica che avanza, la gente è spaventata anche dalle più semplici manifestazioni, non capisce, teme violenze.
Pensiamo alle proteste di un anno fa alla facoltà di Sociologia, cui presi parte. L’obiettivo di quei ragazzi non era direttamente politico, lo scopo era criticare il sistema del potere accademico corrente, lo scadimento della qualità dell’insegnamento e le derive razziste del Rettore. Eppure anche questo faceva paura: c’è stata repressione, si è cercato di screditare i manifestanti e le loro legittime - e pacifiche – richieste, come “nemici della Russia”, agenti dell’Occidente manipolati da fuori, cose così. Il preside ha invitato i professori della facoltà a prendere le distanze dagli studenti, chiamandoli “ribelli estremisti che minacciano l’ordine pubblico”. Anche per le forze dell’ordine, chi protesta e critica, resta un matto, un teppista, o uno che lo fa per ‘interesse’.

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le aggressioni violente contro rappresentanti dei sindacati dei lavoratori, giornalisti ecologisti come Mikhail Beketov (ancora in coma dopo un pestaggio a opera di ‘ignoti’, aveva denunciato la speculazione che voleva cancellare un oasi verde protetta alle porte di Mosca) … c’è un filo comune?
Troppe coincidenze, per non pensare a un’ispirazione comune, o meglio a un clima generale che li favorisce. Il punto infatti non è indicare la mano del Cremlino dietro questi atti – una sciocchezza, spesso – ma notare che continuano a essere impuniti, tutti. In questo modo, il potere ammette la sua colpevolezza e incapacità, si ammette preda di un sistema corrotto e incontrollabile. Specie se li tratta come eventi non collegati fra loro.
A guardar bene la maggior parte di tali crimini, sono Crimini contro la Giustizia. Il cuore “malato” è proprio la situazione del Diritto in Russia, come affermava Markelov. Torniamo per un momento agli anni 90, dopo il crollo dell’Urss: un uomo, di nome Sergej Pashin, anche lui un avvocato brillante, lottava per riformare il sistema giudiziario russo. E lo legava direttamente ai diritti umani. Ex giudice del Tribunale di Mosca in era Eltsin, nella Russia di Putin ha perso il suo posto, pur continuando a esercitare. A dicembre scorso insieme ad altri ha spedito una lettera a Medvedev per protestare contro l’esclusione delle giurie popolari (esistono da 15 anni in Russia) da alcuni processi (es. quelli per terrorismo, ribellione, tradimento), già passato alla Duma, e il tentativo di ridefinire i concetti di “tradimento” e “spionaggio”. Estendendoli (bozza di legge proposta dal governo alla Duma il 12 dic) oltre il consueto, esattamente come si è fatto con l’estremismo: così, vi rientrerebbe anche tutto ciò che minaccia la sicurezza nazionale.

E Markelov che idea aveva della Giustizia russa?
Come Pashin, voleva capire perché succede cioè che succede; la connessione diretta tra i problemi giuridici e quelli sociali – non astratta. Era convinto che il diritto deve difendere, non opprimere i cittadini. Per questo, uccidendolo non hanno ucciso solo un uomo, dico, ma una “posizione”.

Lo definirebbe un oppositore?
No, direi che il suo era vero engagement (impegno). Rarissimo nella Russia d’oggi, dove di oppositori, anche se così non pare, ce ne son fin troppi. Con l’attuale opposizione non sempre Markelov era in sintonia, ne aveva individuato alcune debolezze o contraddizioni. Non concordava, ad esempio, sulla convinzione che il Potere russo sia “unico” (una giustificazione per molti mali, questa); e invece ricordava che i sistemi di potere funzionano tutti allo stesso modo nel mondo - bisogna individuarne i meccanismi. Alcuni difensori dei diritti umani o i nuovi ‘dissidenti’ russi coltivano il Mito dell’Europa e dell’America – credono che là tutto sia meglio, il Potere abbia un volto più buono, umano…Markelov era più realista: per lui il potere, se non c’è diritto, sortisce effetti negativi comunque e ovunque. Il discorso che gli interessava, che ci interessa non è abbattere il potere, ma come cambiare la situazione usando gli strumenti a disposizione, per cominciare, aprire spazi di libertà partendo dal diritto, all’interno del sistema, scardinandone i mali da dentro. Quello proposto da Markelov era insomma un tipo di attivismo civico non direttamente politico. Era un analista, che portava alla luce le contraddizioni, ad esempio, di un sistema giudiziario che seppur indirettamente legittima il fascismo. O che permette a un sistema di controllo rigido di trasformarsi in repressione. Partiva però sempre da casi concreti, non da “grandi cause”, in cui cercava di difendere una persona concreta, contro abusi, violenze, razzismo, eccesso di potere, in modo molto ‘locale’. Aveva anche fondato un’associazione indipendente di giuristi e avvocati, l’Istituto della Supremazia del Diritto (http://ruleoflaw.ru/), reclutando avvocati nella provincia per le cause su alloggi sociali, ecologia, abusi di potere. Per lui, era necessario creare e fondare veri meccanismi che diano potere alla gente, al popolo – è questo che manca veramente in Russia. Per realizzare una rivoluzione da dentro.

Una utopia?
Beh, con la sua figura ha mostrato che è possibile essere insieme un avvocato militante, un attivista e un intellettuale engagè; con la sua morte l’ha smentito. È vero che in Russia ci sono poche istituzioni pubbliche che si occupano delle libertà civili. La copertura mediatica del caso Markelov è stata esemplare in questo senso: il primo giorno ne han parlato molto anche le televisioni, non solo la privata Ntv ma il 1° e 2° Canale statali, di solito più allineati col Cremlino e ‘cauti’. Quasi mille persone il giorno dopo il delitto si sono recate a rendere omaggio a Markelov sul luogo dove è stato ucciso. Ma due giorni dopo la notizia è già sparita dai media, non si parla delle indagini, nulla. Ora molti attivisti si sentono abbattuti, se non spaventati. Ma, precisamente ora, è importante non ingabbiare la Russia in un discorso meramente dittatoriale. Se i media occidentali commettono questo errore, allora le forze sane del paese saranno sempre piu isolate, ci sarà un irrigidimento ai vertici e sarà ancora peggio.


Uscito su Alias , supplemento del manifesto di sabato 31 gennaio



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