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PUTIN APRE DAVOS, è GROSSA CRISI? 28/1/09

Un forum con poche star, quest’anno, nella cittadina svizzera. Spicca l'assenza dei leader latinoamericani, che hanno accettato in massa l’invito del brasiliano Lula al Forum Sociale Mondiale di Belem, in aria di dissenso. All’ex zar e ora premier russo, il compito di portare un po’ di ottimismo. Quello che oggi, nel suo paese attanagliato dalla crisi mondiale come tutti, è tra i pochi a professare.

Barbara Yukos

Giovedi' 29 Gennaio 2009
MOSCA - Sarà grave, o solo un segno dei tempi, se gli onori di casa al 39 esimo Forum Economico Mondiale di Davos che si apre oggi, nell’anno della Grande Crisi, li fa Vladimir Putin?
Un forum con poche star, quest’anno, nella cittadina svizzera. Spicca l'assenza dei leader latinoamericani, che hanno accettato in massa l’invito del brasiliano Lula al Forum Sociale Mondiale di Belem, in aria di dissenso. All’ex zar e ora premier russo, il compito di portare un po’ di ottimismo. Quello che oggi, nel suo paese attanagliato dalla crisi mondiale come tutti, è tra i pochi a professare. Smentito perfino dal suo governo. Giusto ieri, il ministro delle Finanze Kudrin su una rivista economica ha fatto sue le previsioni più nere per la Russia: crescita – 0,2% nel 2009. La recessione che il premier si rifiuta di nominare, è ufficiale. E se continua così, Mosca, da settima economia al mondo nel 2008, rischia di farsi sorpassare da Canada, e le “emergenti” Brasile, India e Corea. I motivi son presto detti: qui la crisi si somma al crollo dei prezzi del petrolio che ne avevano pompato il boom per 8 anni. Le imprese russe sono indebitatissime, per sopravvivere devono sospendere la produzione e licenziare. Il Servizio Federale Statistiche russo ha diffuso nuovi dati sulla disoccupazione: 5,8 milioni di persone a fine 2008. Il malcontento popolare che già ha dato cenni di risveglio intorno a Mosca, rischia di aumentare. Così Putin usa Davos come una vetrina per affermare la giustezza del proprio operato. Domenica, in una lunga intervista alla tv-agenzia Bloomberg che i media russi continuano a ritrasmettere, ha esordito: “il mio maggiore difetto è di avere fiducia”. Confermando i cardini del “Goskapitalism”, il capitalismo di Stato alla russa inventato proprio da lui, che oggi con la crisi mostra crepe e limiti. Condendo il tutto con un bel po’ di sano liberismo – utile per scrollarsi di dosso le responsabilità della crisi: “la Russia soffre esattamente come gli altri paesi perché ormai è pienamente inserita nell’economia e, dal 2007, nel sistema finanziario globale”. Proseguiremo sulla strada del liberalismo, assicura: “Non abbiamo nessuna intenzione di frenare la fuga di capitali all’estero” (massiccia), e “proteggeremo gli investitori stranieri”, sempre nel rispetto della legge. Scherzoso: “non è vero che sono un distruttore di miliardari – se le loro ricchezze sono guadagnate in conformità con la legge, Dio li benedica”. Lui che nel 2000 si fece eleggere promettendo guerra agli oligarchi, che a parte i casi Khodorkovskj e Berezov da allora sono triplicati in Russia, ma oggi piangono nero per la crisi. Poi difende la “svalutazione controllata” del rublo operata dalla Banca Centrale russa: meno 30% dall’anno scorso, “ma lo abbiamo fatto molto morbidamente e attentamente, senza sprecare le nostre riserve in una notte”. La Russia insomma a suo avviso ce la può fare, non è piu quella del crack del 1998, ha sviluppato sufficienti “cuscinetti di sicurezza”.
Il colloquio con Bloomberg segna anche un punto in quella “gara” ormai sempre piu aperta tra il premier e il nuovo zar Medvedev, che ultimamente non perde occasione per criticare il governo, anche se senza citare Vladimir Vladimirovich. Un sondaggio di ieri dà la popolarità di Putin lievemente in calo in Russia. Lui si adopera per rispolverare la propria immagine all’estero. Mentre Medvedev telefonava a Obama auspicando un rapido miglioramento delle relazioni, l’ex zar pur guardando con “cauto ottimismo” le “aperture” della nuova amministrazione Usa, ha voluto ricordare tutti gli errori della precedente: colpa di Bush sarebbe la guerra del gas con l’Ucraina, diretta derivazione della rivoluzione arancione de 2004 a Kiev sostenuta da Usa e Ue. Da allora, Russia ed Europa "sono diventati ostaggi di questa situazione politica interna" ucraina, dice Putin che ritiene gli Usa anche colpevoli della crisi globale.
Nella Davos tradizionale covo della “massoneria” economica occidentale, oggi sono impossibili toni trionfalistici. Putin ne approfitterà per rilanciare la proposta di elaborare coi partner mondiali “regole economiche comuni, e principi unificati per i mercati finanziari internazionali”. Ricordando che il 50% delle riserve auree e monetarie russe è depositato nell’economia statunitense, conclude: “Vedo la luce in fondo al tunnel alla fine del 2009”.

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