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A sorpresa, durante il suo viaggio in Cile, il ministro degli Esteri francese ricorda che in Francia ci sono procedimenti aperti nei confronti dell'ex dittatore. Colpevole della morte di cittadini transalpini

E.G.

Mercoledi' 4 Febbraio 2004
Il fatto più importante che i giornali cileni riferiscono della visita a Santiago del ministro francese Dominique de Villepin, riguarda i fulmini diplomatici che Cile e Bolivia si scagliano sulla pretesa di La Paz di ottenere uno sbocco al mare. Ma c’è qualcosa che Villepin ha detto che merita altrettanta eco. E che anche in Cile ha suscitato un putiferio tra sostenitori e detrattori del suo personaggio più noto: l’ex dittatore Augusto Pinochet.
Salvatosi in corner quand’era stato arrestato dalla giustizia britannica, Pinochet non deve aver gradito le esternazioni di Villepin, puntualmente riferite dalla Bbc. Il ministro francese ha infatti ricordato ai cileni che l’ex dittatore rischia un processo in absentia per i delitti commessi dal suo regime contro cittadini francesi. “Sono molti i procedimenti aperti in Francia”, ha detto il titolare del Quai d’Orsay, sostenendo che “esiste la possibilità” che il processo si svolga anche senza l’ex dittatore. “Dipende – ha aggiunto- dalle decisioni della magistratura”. I casi aperti vengono elencati dall’agenzia Misna: “contro Pinochet, alla fine del 1998 sono stati istruiti processi in Francia dal giudice Roger Le Loir per i casi di Alfonso Chanfreau Oyarce, Etienne Pesle de Menil, Georges Klein Pipper, Jean-Ives Claudet Fernández e Marcel Amiel Baquet, detenuti tra il 1973 e il 1975 in Cile e Argentina dalla Dina, la polizia segreta della dittatura”, scrive l’agenzia di stampa missionaria.
Villepin riapre dunque una ferita che, almeno in Europa, stenta a rimarginarsi da quando, pur dopo una detenzione durata quasi due anni, la magistratura di Londra decise per il rimpatrio del “malato” Pinochet. Che per tutta risposta, mollò il bastone e l’aria mogia, appena sceso dall’aereo atterrato sul suolo patrio. Pinochet era stato arrestato in Gran Bretagna dopo le rogatorie del giudice spagnolo Garzon. E quando scattarono gli arresti, altri paesi – come Svezia, Svizzera, Belgio e Francia – fecero richiesta di estradizione, aumentando la pressione su Londra. Seppur inutilmente.
Anche in Italia la giustizia si era mossa. Ma con ritardo. La richiesta di estradizione, per le morti di cittadini italiani imputabili alla dittatura, non arrivò mai nel Regno Unito. Ed è ancora nebbia su quanto ha fatto in questi tre anni il giudice romano Giancarlo Capaldo, titolare dell’inchiesta. La questione della giustizia per le famiglie delle vittime venne sollevata anche da D’Alema in Cile, durante una sua visita in veste di premier. Ma alle parole non seguirono fatti. E, proprio in questi giorni, le associazioni di difesa dei diritti umani che in Italia si occuparono del caso, stanno pensando di fare una richiesta formale a Capaldo per sapere a che punto stanno le carte. L’ultima notizia è che la Corte suprema cilena gli rifiutò persino la richiesta di comunicare al generale che, sul suo conto, era stato aperto un procedimento in Italia. Neanche la possibilità di mandargli una cartolina. Magari col carcere di Regina Coeli sullo sfondo.

Questo articolo è uscito su il manifesto di oggi



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