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Tratto da Il Messaggero un commento di

Eric Salerno

Lunedi' 29 Dicembre 2008

C'è ancora spazio per una tregua? Oppure Hamas è caduta in una trappola tesa da Israele, con il consenso nemmeno tanto tacito di Mahmoud Abbas (Abu Mazen), l'Egitto di Mubarak, l'Arabia saudita, Stati Uniti e Unione europea? Sei mesi fa, Ehud Barak, proprio mentre Israele accettava la Tadiya, o calma, con il movimento islamico a Gaza, chiedeva ai suoi generali di preparare l'assalto alla "striscia". L'obiettivo: intervenire se la tregua non reggeva non tanto per bloccare il lancio di missili kassam quanto per distruggere Hamas e consegnare il territorio nelle mani del presidente palestinese.
Dopo la conferenza d'Annapolis di un anno fa e la ripresa del dialogo tra Abbas e Olmert, era chiaro a tutti che un accordo di pace - ammesso e non concesso che le parti siano capaci di accettare i compromessi indispensabili - potrebbe funzionare soltanto se i palestinesi hanno un solo governo. Gli sforzi compiuti dai sauditi per indurre i leader di Hamas a rinunciare al controllo della "striscia" e trovare un accordo con l'Autorità nazionale palestinese sono falliti. Gelosie interne, vecchi e nuovi rancori, l'antagonismo non nuovo che divide le popolazioni di Gaza da quella della Cisgiordania e soprattutto le posizioni intransigenti del premier Ismail Haniye e del presidente Abbas hanno bloccato ogni mediazione.
La frustrazione dei sauditi prima e la rabbia di Mubarak sono palesi. L'Egitto e l'Arabia saudita, tormentati da un'opposizione interna sempre più agguerrita e un'economia in difficoltà, sono convinti che soltanto la fine del conflitto arabo-israeliano (soluzione della questione palestinese e restituzione alla Siria del Golan) può portare la stabilità indispensabile per evitare nuove esplosioni di violenza nella regione e fronteggiare l'egemonia iraniana.
Ehud Olmert sostiene che un accordo con Abbas è vicino. Abbas non smentisce (anche se molti dei suoi collaboratori e oppositori sono scettici) e attribuisce a Hamas la mancanza di progressi. Come attribuisce agli islamici, per aver rinunciato al rinnovo della tregua, la responsabilità dell'offensiva israeliana. Ieri secondo il Jerusalem Post un non meglio identificato «alto esponente» dell'Anp si sarebbe espresso con soddisfazione per quello che sta accadendo. «Siamo pronti a tornare a Gaza. Riteniamo che la gente sia stufa di Hamas e voglia un nuovo governo». L'affermazione è verosimile ma molto dipende dalla durata dell'intervento israeliano o meglio dal numero di morti di quest'operazione. Man mano che aumentano, si allargherà la protesta araba, quanto meno a livello popolare. E anche se l'appello di Hamas a lanciare una terza Intifada non fosse accolto, Abbas rischia di pagare un alto prezzo politico. La sua credibilità è ai minimi storici e potrebbe recuperare soltanto se alla fine di questo lungo accidentato percorso fosse in grado di presentarsi al suo popolo con una bozza d'accordo di pace accettata dalla controparte israeliana (quale sarà dipenderà dal voto del 10 febbraio) e garantita dalla nuova amministrazione americana.
E se, invece, alla leadership israeliana fosse sufficiente, in questo momento, indebolire militarmente Hamas e bloccare, grazie a una nuova tregua, il lancio di kassam? Come scrive Zvi Barel su Haaretz, significherebbe il riconoscimento di Hamas al governo di Gaza. E, aggiungo, la fine del processo di pace.



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