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IN MEMORIA DI BENAZIR 27/12/08

Una anno fa l'uccisione di quella che è ormai un'icona. Saprà il marito della signora Bhutto raccoglierne l'eredità e forse fare meglio?

Emanuele Giordana

Sabato 27 Dicembre 2008

Più di centomila pachistani si sono radunati oggi intorno alla tomba dell'ex primo ministro Benazir Bhutto, nel sud del paese, un anno esatto dopo il suo assassinio. Il flusso ininterrotto di gente che sta continuando ad arrivare ha costretto le autorità a ritardare l'inizio della cerimonia di omaggio, che era prevista per le ore 9 locali. Presenti anche il vedovo di Benazir, Asif Ali Zardari, presidente del Pakistan da settembre, e suo figlio, Bilawal Bhutto Zardari, entrambi copresidenti del Partito del popolo pachistano


Il suo ritorno in Pakistan il 18 ottobre del 2007 fu salutato con la stessa passione della sua prima rentrée dall’esilio 19 anni prima, alla fine degli anni Ottanta. Questa bella donna, abilissima polisticamente e di un’intelligenza brillante e seducente aveva preparato il momento del suo ritorno a casa con precisione metodica e con una sorta di patto sotterraneo, con il presidente Pervez Musharraf, che le stava per spianare la strada a una nuova vittoria politica. Due volte premier nel corso di un decennio, a capo di uno dei partiti più importanti del paese, figlia di una dinastia che si è sempre sentita l’erede del mandato politico di Mohammed Ali Jinnah (o Qa'id-e-A'zam, il fondatore del Pakistan), Benazir Bhutto, quel 18 ottobre del 2007, aveva in realtà un appuntamento con la morte. Forse lo sapeva, lo immaginava, se lo aspettava. Ci vorrà più di un mese perché alla fine i suoi nemici riescano a ucciderla. Ci provano diverse volte ma è in questa giornata di fine dicembre, mentre alla fine dell’anno mancano un pugno di giorni, che ce la fanno.
Delitto senza colpevoli, la morte di Benazir Bhutto, attribuita ai talebano-pachistani, una formazione cresciuta negli ultimi anni nelle aree tribali del paese, precipita il paese nel caos. Le redini passano al marito, Asif Ali Zardari, un uomo cresciuto nella sua ombra prima in Pakistan e poi durante gli anni in cui i Bhutto sono costretti a vivere all’estero. La bella signora esiliata a Dubai dopo il suo ultimo mandato come premier – dal 1993 al 1996 - ha dovuto penare dieci anni prima di poter rimettere piede in Pakistan e quando sta per farvi ritorno già incarna, nuovamente, la speranza. E’ risorta come un’araba fenice perché, quando viene messa alla porta dal governo di Nawaz Sharif, un uomo con cui nel 2007 sarà costretta a venire a patti, è anche inseguita da una pessima fama: i pachistani sono delusi dalla figlia di Zulfikar Ali Bhutto, l’uomo che nel 1979 il dittatore militare Zia ul Haq ha fatto impiccare. Lei, che mentre il padre penzolava dalla forca, era stata messa in prigione per cinque anni, ed era andata in esilio a Londra la prima volta con l’aura della martire era poi tornata per le elezioni del 1988, che le consegnano il premierato sino al 1990, e tutti i pachistani – gli uomini e le donne - avevano visto in lei brillare la fiamma della riscossa. E’ il suo primo ritorno. In grande stile, con folle osannanti, con la luce della speranza che accende gli animi, col mondo che guarda a una premier donna in un paese musulmano…
Benazir però delude: l’economia va male, i grandi potentati – a cominciare dall’esercito – hanno facile gioco a bypassarne gli ordini. E la sua seconda prova da primo ministro, dal 1993 al 1996, è ancora peggiore. Questa volta non c’è l’aureola del ritorno a proteggerla e non basta più essere la figlia di Zulfikar Ali. Delude per la seconda volta mentre, vere o false che siano, si accumulano le ingiunzioni giudiziarie, le accuse di corruzione, le voci che fanno del marito, l’attuale presidente, un mister 10% che si sarebbe approfittato del ruolo della moglie per fare affari.Per sfuggire al carcere Benazir torna in esilio, tra Londra e Dubai dove, dopo diversi anni in carcere, la raggiunge Zardari nel 2004.
Ora però Benazir deve ritentare un nuovo rientro in politica e, soprattutto, un nuovo ritorno in Pakistan. Il secondo. Ma ha un’immagine da ricostruire. Non solo ha deluso il suo popolo ma viene alla luce il suo ruolo, o la sua accondiscendenza, nel forgiare l’esperimento talebano: gli studenti in turbante, armati di kalashnikov e Corano che partono dal Pakistan alla conquista di Kabul negli anni Novanta, vengono creati e cresciuti con l’aiuto e il sostegno dei servizi segreti mentre lei era primo ministro.
Ma Benazir non demorde. La sua è una famiglia che non si lascia intimidire. Il padre è stato impiccato e di morte violenta sono morti anche i suoi fratelli. Lei stessa, se torna – come poi accadrà – rischia di essere vittima di un omicidio politico. Ma non si scoraggia. Va in giro per l’Europa a tenere conferenze, non si risparmia nelle interviste, tesse un’abile tela di relazioni diplomatiche con sauditi e americani. Prepara il terreno.
Quando arriva il 2007, la congiuntura internazionale e la crisi politica interna stanno già cucinando a fuoco lento il generale-presidente Pervez Musharraf. Nel paese gli avvocati gli dichiarano guerra, gli islamisti lo accusano di tradire il paese, i laici di cedere al fondamentalismo, i padroni del vapore di non aver saputo mantenere i tassi di sviluppo promessi. Sul piano internazionale la sua figura è compromessa: si è impegnato a combattere i talebani ma si accorda con loro. Il processo di pace con l’India deraglia. I rapporti con Washington oscillano tra buone relazioni e pessima stampa.
L’accordo tra la bella e la bestia avviene forse proprio a Dubai. Prepara il ritorno di Benazir che non ostacolerà le manovra di Musharraf per essere rieletto a capo dello stato ma che in cambio chiede la garanzia – accordata – di non finire più sotto processo. Quando torna è un trionfo. E’ come negli anni Ottanta. E’ ancora una promessa in un paese stanco e sofferente che ha bisogno di credere e che è dunque disposto, ancora una volta, a dar fiducia ai Bhutto, a investire in questa affascinante signora che drappeggia il velo islamico come un foulard di Gucci, che sa corteggiare i mullah ma che ostenta un rossetto dai colori spiccati, che sa piacere a destra e a sinistra, ai socialisti e ai funzionari di Washington che decidendo di credere in lei e di mollare il generale con i capelli a spazzola e i baffetti curati. Lui è il vecchio, lei è ancora il nuovo che avanza.
La parabola si conclude in una giornata che dovrebbe decretare l’ennesima vittoria politica di Benazir. Invece l’icona, il simbolo, la donna senza paura, si abbatte sul tettuccio della sua macchina in un lago di sangue. La reazione è enorme e certo contribuirà alla vittoria del suo partito, il Ppp, e poi alla conquista da parte del marito della poltrona presidenziale. Ma Benazir è morta. Un delitto che faceva gola a tanti e sui cui indagheranno anche gli investigatori che Londra, con l’assenso, di Islamabad invierà in Pakistan. Senza che si arrivi a nulla.
Ma forse, dietro le vicende di questi ultimi mesi, dietro al vigore con cui Islamabad sembra reagire alla sfida dei terroristi, dietro alla forza con cui Zardari sembra voler chiedere il capitolo della smaccata autonomia dei servizi segreti, c’è proprio l’ombra di quell’omicidio. Zardari è stato per Benazir non solo il padre dei suoi tre figli ma anche l’uomo che ne ha condiviso la parabola politica e la guerra a colpi di carte bollate contro le accuse di corruzione. Che ha pagato con la galera l’essere il privilegiato marito della bella Benazir. Forse Zardari, un uomo anche in cerca di un riscatto personale, vuole che il prezzo cosi alto pagato dalla sua donna partorisca almeno una parte delle speranze che ha suscitato.
Se Zardari riuscirà ad andare fino in fondo, sarà perché il ritratto di Benazir gli ricorda tutti i giorni che non si può mollare la partita. Che adesso tocca a lui. Non solo vendicare la morte di una moglie, dei suoi fratelli, di Zulfikar Ali. Ma vendicare il Pakistan. E tenere alto il nome di quella famiglia al cui mausoleo, nel Sindh – la regione di provenienza dei Bhutto – sono andate in pellegrinaggio migliaia di persone. Questa volta non è più possibile deluderle.

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