Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


IL RITORNO DI QUIRICO E PICCININ 10/9/13

SIRIA, LA LEZIONE DEGLI ULTIMI 5 LUSTRI 3/9/13

SIRIA, NIENTE GUERRA SENZA ONU 28/8/13

IL DRAMMA SIRIANO IN UN RAPPORTO DI UNRWA 23/7/13

SIRIA: "FERMATA" DAI RIBELLI LA NOSTRA COLLABORATRICE DABBOUS E TRE COLLEGHI 6/4/13

UN MIRACOLO DELLA BUONA VOLONTA' PER SALVARE LA SIRIA 04/09/12

SIRIA: ISHAK: "DELUSO DA CHI SI CONCENTRA SOLTANTO SUGLI INCARICHI FUTURI" 8/8/12

STRAGE DI BAMBINI IN SIRIA. IL CONFLITTO SI INASPRISCE 12/06/12

SIRIA, STOP A ATTIVITA' AMBASCIATA ITALIANA. IDLIB SOTTO ASSEDIO 14/03/12

PER LA SIRIA. A ROMA MANIFESTAZIONE IL 19 FEBBRAIO

SIRIA, UN APPELLO PER EVITARE UN'ALTRA GUERRA 9/2/12

SIRIA, ANCORA SANGUE A HOMS 8/2/12

SIRIA, IL SI' DI ASSAD AL PIANO LEGA ARABA PER FERMARE VIOLENZE 3/11/11

LA PROTESTA DI HAMA NON SI FERMA 04/07/11

SIRIA: «CANCELLEREMO EUROPA DALLE NOSTRE MAPPE E CI RIVOLGEREMO A EST» 22/06/11

DAMASCO, SGUARDI SUL MONDO A VENIRE 22/12/08

La Siria alla vigilia del cambio di amministrazione a Washington, tra riforme interne, crisi globale ed equilibri regionali

Massimiliano Trentin

Lunedi' 22 Dicembre 2008
Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Massimiliano Trentin, giovane studioso di storia delle relazioni internazionali, specialista di Siria.


A dispetto dell’immagine pubblica internazionale, mai come oggi la Siria sembra essere perfettamente “al passo” con le crisi e i cambiamenti internazionali in corso.
Accusata dall’Occidente di essere uno “stato canaglia” per via delle sue rivendicazioni sulle alture del Golan, occupato da Israele nel 1967, e per le sue alleanze “pericolose” con Iran, Hizb’allah, Palestinesi, Nord-coreani e Venezuelani, Damasco ha serrato i ranghi politici in casa propria e, guardatasi attorno, ha sfruttato tutte le opportunità offerte da un mondo in via di cambiamento. E di questo si è discusso al Convegno “Syria in a Changing World”, tenutosi a Damasco nello scorso Novembre ed organizzato dal siriano Orient Center for International Studies e dal Center for Syrian Studies di St. Andrews, Scozia.
Il giovane Presidente Bashar al Assad, succeduto al padre nel 2000, è stato dapprima corteggiato dai Governi europei come riformatore liberale; poi condannato da Israele e Stati Uniti perché troppo debole per negoziare e/o inaffidabile per la sua chiara opposizione all’invasione dell’Iraq nel 2003; infine, è stato ostracizzato da Europa e “moderati” arabi nel 2005 perché sospettato di aver ucciso l’ex premier libanese, Rafiq Hariri, già amico di Jacques Chirac e dei monarchi Sauditi.

Nonostante i tentativi di isolare internazionalmente la Siria, il processo di riforma economica è proseguito con liberalizzazioni e deregolamentazioni che hanno trovato riconoscimento ufficiale nel concetto di “Economia Sociale di Mercato”, adottato dal X Congresso del Partito Ba’th, nel 2005. In realtà, finora si è lavorato molto sul “mercato” più che sul “sociale”, permettendo così l’emergere di una poderosa classe di nouveaux riches a carattere interconfessionale che ha per riferimenti la ricchezza e l’achievement personale, la vita lussuosa, il navigare nei mercati internazionali così come le pratiche clientelari, speculative e monopolitistiche. La presenza crescente a Damasco di beni e servizi di lusso rende sempre meno necessario uno stretto controllo della piazza di Beirut: “Beirut ce l’abbiamo qui in casa”, sogghigna sarcastico Ahmed, il tassista sulla via dell’aeroporto. Insomma, quanto di più lontano dall’impegno e dal rigore sia della retorica ba’thista sia della sua controparte islamista, almeno per come si sono definite nella loro fase “militante” e popolare. Ovviamente, tutto ciò a scapito delle persone e dei lavoratori a reddito fisso, pubblici e privati, i cui recenti aumenti salariali non coprono nemmeno l’inflazione, cui si aggiunge la fine dei sussidi al consumo e il deterioramento dei servizi pubblici nella sanità e nell’istruzione.

Fin qui, tutto normale: tutto secondo le pratiche della globalizzazione per come l’abbiamo vissuta fino ad oggi. La particolarità siriana è l’aver coniugato liberalizzazioni interne e integrazione nel mercato mondiale con una politica di resistenza ai progetti egemonici degli Stati Uniti d’America in Medio Oriente. Risultato? Vista la chiusura ad Ovest, la Siria si è rivolta a quei mercati e quelle potenze oggi in ascesa e non strettamente legate alle politiche statunitensi o europee, peraltro oggi in grave difficoltà. L’apertura del mercato siriano agli investimenti diretti esteri, ai capitali e alle merci straniere ha favorito la Cina, la Russia, l’Iran, il Venezuela, ma soprattutto la Turchia e le monarchie del Golfo. La quantità e la qualità dei loro investimenti è un indice significativo di quanto il mondo si stia avviando verso forme inedite di multipolarismo. La morale per Damasco? Europa e Stati Uniti sono ancora centrali nelle relazioni internazionali; ma non più così necessari per chi voglia integrarsi nell’economia mondiale.

La débacle della guerra israeliana in Libano nel 2006 ha destato le cancellerie europee, riportandole alle pratiche tradizionali della diplomazia, del negoziato e del riconoscimento reciproco: in modo manifesto la Francia di Sarkozy, più discretamente ma forse in maniera più rilevante, l’Italia e la Germania. Da parte loro, gli israeliani hanno aperto negoziati indiretti con la Siria grazie alle mediazione turca e a Damasco i ben informati non ritengono che la vittoria di Netanyahu possa comprometterne l’esito, anzi. Solo l’amministrazione di Bush jr. è rimasta fedele alla sua intransigenza, dando l’ultimo colpo di coda con il raid militare di fine ottobre 2008. Del resto, l’aperto sostegno del Presidente siriano alla causa russa in Georgia non è passato inosservato sia a Damasco sia a Washington. Con molta prudenza e scetticismo, si spera che il neo-eletto Obama sia talmente occupato dalle questioni interne ed economiche da venir a più miti consigli e lasciar lavorare le diplomazie regionali nei dossiers libanesi, iracheni e siro-israeliani. Quanto ai palestinesi, nessuno si fa illusioni e, visto il disastro sul campo, ognuno prosegue con le rispettive priorità.
Le ripercussioni della crisi non hanno ancora colpito direttamente la Siria, grazie alle relativa chiusura al mercato finanziario mondiale. Tuttavia, i capitali del Golfo diminuiranno, colpendo il settore del commercio, dei servizi, delle telecomunicazioni e della speculazione immobiliare: gli assets del cosiddetto Dubai Consensus. La crisi dei settori di punta della globalizzazione, il malconento popolare nei confronti delle politiche liberiste e la sconfitta delle strategie di guerra statunitensi e israeliane sono tutti elementi che contribuiscono a modificare i rapporti di forza interni al regime, aprendo così nuove opzioni tattiche e strategiche. Dopo anni di ascesa politica delle forze del mercato, tornano a farsi centrali due soggetti finora reclusi ai margini del dibattito pubblico: lo stato e il lavoro. Uno stato riformato per efficienza e incisività nei servizi ai cittadini; uno stato che si faccia garante diretto di tutti i servizi ed attività che il privato non è in grado e/o non è interessato a gestire. Un mondo del lavoro riqualificato nelle competenze e nella produttività, e che sia pilastro e “testa” del rilancio industriale del Paese, non semplice braccia da lavoro. Anche qui, il ritorno alla cosiddetta “economia reale” nasce dalle difficoltà del terziario. “Se non possiamo produrre tutto, di certo non possiamo importare tutto.

La questione è decidere che ruolo la Siria vuole giocare nella regione, e la regione nell’economia mondiale”, come si è dibattuto al convegno “Syria in a Changing World”. Sarà da vedere chi dovrà sostenere i costi del possibile rilancio.
I giochi non sono ancora fatti e la partita tra le diverse correnti interne ed esterne al regime è tuttora aperta. Certo che, l’attuale recessione di Usa, Europa e Giappone non depone a favore della legittimità di chi, come la Rappresentanza della Commissione Europea, preme per un’accellerazione delle liberalizzazioni e continua a condannare gli aumenti salariali concessi dopo la fine dei sussidi ai carburanti. Comune è la frase per cui “non si capisce perché noi (Siria) dovremmo aprirci al libero mercato, mentre voi (Europa) lo state mettendo al guinzaglio”. Le vecchia e rodata formula del “protezionisti a casa e libero-scambisti all’estero” sembra perdere fiato, soprattutto nei confronti di quei regimi e di quelle società che ancora mantengono una residua coscienza storica dei difficili rapporti tra primo, secondo e terzo mondo nel XX secolo, o che si trovano tuttora nel mirino delle politiche occidentali. Di sicuro i prossimi mesi e anni metteranno alla prova l’autonomia politica del Presidente siriano, e il suo preteso ruolo di garante dell’unità nazionale.
Con tutte le particolarità del caso, il Monte Kassioun a Damasco offre ancora un’ottima vista sul mondo di oggi e, chissà, forse anche uno squarcio su quello a venire.


(L'immagine è tratta da Flickr, http://www.flickr.com/photos/austin80s/2335199688/)



Powered by Amisnet.org